IL SEGNO

Sono partito per un giretto in moto al Muraglione, la mattinata è bella e la strada scorre incurvandosi a destra e a sinistra. In questi ultimi giorni di marzo la  natura ancora dorme e le colline sono bruno rosate, del colore dei rami spogli. Arrivo al muro e mi siedo a scaldarmi al sole, il bar di Giovanni come tutti i martedì, è chiuso. Poi una molla, attraverso la strada e seguo quella pista sempre vista e sconosciuta. Il sentiero, illuminato dal sole, è stretto, taglia la costa della collina in pendenza, si sente l’odore delle piante selvatiche e non c’è una gemma, sassi di arenaria, poi un piccolo spiazzo. Mi fermo, guardo nel vuoto. La giornata è magnifica, non c’è una nuvola e l’aria è così cristallina che sembra tutto si possa fare più facilmente, senza attrito. Mi siedo. Davanti a me, una valle circondata da monti, tutto coperto di boschi. L’orizzonte lontano. Silenzio. Anzi no, laggiù,  lontano, il gracchiare di una sega, ricorda la vita. In  fondo alla valle, il nastro stretto di una strada, immersi fra gli alberi, gruppi di case conosciuti, poi Castagno d’Andrea, sopra il Monte Acuto e a sinistra il Falterona, ricordi di campeggio e di gioventù. Sempre caldi.                             Un giorno, volendo dividere con mio figlio la gioia di quelle allegre gite,  gli avevo indicato il Falterona, ricordandogli la frana che  lo segnava con una larga striscia marrone, in mezzo a tutto quel verde, per noi ragazzi era uno dei fenomeni più importanti accaduti sulla terra, ma pur guardando e  riguardando attentamente, la striscia chiara non la vedevo più, eppure doveva essere lì. Poi attonito, stupito della mia ottusa insistenza, avevo realizzato che il tempo era passato, quella ferita si era rimarginata. Gli alberi avevano richiuso anche quel ricordo in me, non potevo trasmetterlo, non sarebbe stato efficace.              La sega non si sente più, è ora di pranzo, adesso il silenzio è assoluto, il caldo piacevolissimo. Mi guardo intorno forse cercando qualcosa di solido, arbusti, sassi, l’occhio mi cade su una pietra con il lato inferiore perfettamente liscio, cosa può essere? E’ una arenaria tipo pietra serena, non ha altri segni di lavorazione, mah! Pigramente con lo sguardo risalgo il pendio  ed ecco la spiegazione, trovo la pietra più grande dalla quale si è staccata. Ma guarda, perfettamente liscia, come se un macchinario industriale l’avesse affettata con un taglio a L. Lì sulla superficie piatta  vedo un segno, no un disegno. Una mano disabituata,  ha riprodotto un uccello, un pò goffo, ma con efficacia romanica. Mi sono immaginato il cacciatore, seduto ad aspettare, uso al paesaggio; lui, per ingannare il tempo, ha lasciato un segno.

Una giornata tipo questa:

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